Donne in fumo

Si fuma di meno, ma questa buona notizia non vale per le donne. Analizzando le abitudini tabagiche degli italiani negli ultimi 50 anni, infatti, è subito evidente l’incremento delle fumatrici: se nel 1967 fumava solo il 6,2% della popolazione femminile, la percentuale ha raggiunto il 19,2% nel 2018, con un picco del 20,8% nel 2017 (fonte Rapporto Nazionale sul Fumo 2018).

Il fumo è responsabile di un terzo delle morti di cancro e provoca l’85% dei casi di tumore al polmone, uno dei cosiddetti big killer perché rappresenta la prima causa di morte tumorale. Confrontando il numero di sigarette fumate per persona all’anno e il numero di morti per cancro ai polmoni, si può notare lo stesso andamento: quando aumenta il fumo, dopo 20 anni aumenta l’incidenza del tumore ai polmoni. I dati sulle donne ne sono la riprova, perché dal 1999 aumentano ogni anno del 2,6% i casi di tumore al polmone femminile, con un trend in crescita.

Non solo malattie oncologiche, gli effetti dell’aumento del fumo nelle donne sono visibili anche nella diffusione dell’altra grande malattia dei fumatori: la bronchite cronica. Come spiega il professor Vincenzo Valenti, responsabile dell’unità operativa di Pneumologia e uno dei coordinatori del Centro Antifumo del Policlinico San Donato, “I dati relativi alle patologie croniche ostruttive evidenziano ancora una maggior prevalenza dell’uomo, ma il numero di donne che ne sono affette è in crescita.  La bronchite cronica è attualmente la quinta causa di morte nel mondo e si prevede che nel 2030 possa diventare la terza. La causa è da ricondurre per l’85% al fumo di sigaretta”.

Non dimentichiamo, poi, che il fumo è causa del 20-25% degli episodi cardiovascolari, perché la nicotina è uno dei più potenti vasocostrittori conosciuti, ed è uno dei fattori responsabili della ridotta fertilità, dell’aumento degli aborti spontanei e del basso peso del feto alla nascita. Le donne fumatrici, inoltre, nella fase della menopausa soffrono generalmente di un processo più aggressivo di osteoporosi. 

Smettere si può! La dipendenza dal fumo deve essere considerata una tossicodipendenza, come peraltro la definisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Centro Antifumo del Policlinico San Donato offre ai pazienti un approccio che unisce counseling psicologico a terapia medica, l’unico metodo riconosciuto dall’Istituto Superiore di Sanità, con una percentuale di successo del 30% a uno, due e tre anni.

Anche nella decisione di smettere emergono delle differenze tra uomo e donna: “I casi trattati nel nostro centro mi fanno dire che le donne tendenzialmente chiedono aiuto in una logica di prevenzione primaria, prima che compaiano dei sintomi, magari mosse dall’attività fisica e dalla voglia di ritrovare il benessere. Gli uomini, invece, tendono a presentarsi quando c’è qualcosa di conclamato, spiega il dottor Enrico Lombardi, psicologo del Policlinico San Donato, Nelle donne, inoltre, noto una maggiore consapevolezza nel rendersi conto dei benefici che la disassuefazione porta con sé nel breve e nel medio termine: questi sono un ancoraggio importante nel proseguimento del percorso”.

 

 

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