Colite ulcerosa: cosa sapere e come agire

“La colite ulcerosa - spiega il professor Maurizio Vecchi, responsabile dell’U.O. di Medicina Generale III-Gastroenterologia all’IRCCS Policlinico San Donato - è un’infiammazione che riguarda, sostanzialmente, il colon. In questa patologia, la mucosa, ovvero lo strato più interno della parete del colon, si infiamma in modo variabile fino, nei casi più severi, a creare erosioni o ulcerazioni; da questo tipo di lesioni deriva un sanguinamento dal retto che, insieme a diarrea e dolori addominali, costituisce il sintomo più frequente della malattia. 

Soprattutto nel caso in cui la malattia si estenda a tutto il colon, possono insorgere anche sintomi sistemici come febbre, tachicardia o anemia.

Oggi come oggi, la mortalità di queste malattie è quasi ridotta a zero perché, fortunatamente, siamo in grado di riconoscerle tempestivamente e curarle al meglio. Tutte queste caratteristiche fanno sì che la mortalità, rispetto alla popolazione generale, si sia quasi livellata per entrambe le malattie. Bisogna, però, essere esperti nel riconoscerle e nel curarle e nel non confonderle con forme tumorali, emorroidi o diverticoli, altre condizioni che possono manifestarsi con sanguinamento rettale. Il target di popolazione coinvolto nell’insorgenza di queste patologie è quella dei giovani adulti compresa tra i 20 e i 40 anni.

L’esame più attendibile che permette di avere una diagnosi definitiva e di valutare l’estensione dell’infiammazione è la colonscopia. La colite ulcerosa è molto variabile nel coinvolgimento del colon: può interessare solo i 10-15 centimetri più distali (retto), per cui il disturbo sarà relativo (poco sangue nelle feci) fino al coinvolgimento dell’intero colon (diarrea, disidratazione, anemia) che, talvolta, può condurre alla necessità di un ricovero ospedaliero”.

“Il trattamento della colite ulcerosa - continua - si può rappresentare come una sorta di piramide terapeutica: alla base si collocano i farmaci a minore impatto come la Mesalazina (antinfiammatorio intestinale) o alcune forme di cortisonici topici che agiscono sull’intestino senza essere assorbiti in circolo. Se la malattia non dovesse rispondere a questo tipo di trattamento, si ricorre agli immunosoppressori (Azatioprina e 6 Mercaptopurina) regolatori del sistema immunitario e, da poco più di 10 anni, a farmaci biotecnologici o anti-TNF, detti anche “biologici”, potentissimi immunoregolatori indicati soprattutto in quei casi che non hanno risposto alle altre terapie. A volte, quando la malattia esordisce in maniera aggressiva sin dal principio, può essere utile cominciare subito dall’apice della piramide. Non va dimenticato che questa è una malattia dalla quali non si guarisce e per la quale i pazienti sono obbligati ad assumere farmaci anche per tutta la vita, con fasi altalenanti di benessere e malessere. Negli ultimi 20 anni, si sono sviluppate anche terapie chirurgiche che - in mancanza di risposta positiva da parte delle terapie farmacologiche - prevedono la rimozione dell’intero colon e del retto e la ricostruzione della continuità intestinale con la creazione di una tasca (realizzata con l’intestino tenue) che permette al paziente di guarire completamente dalla malattia. Anche vivere senza colon è possibile (pur avendo carenze di determinati fattori come l’assorbimento dell’acqua, degli elettroliti e una consistenza meno solida delle feci), tuttavia molto spesso i pazienti sono costretti ad andare in bagno più volte nell’arco della giornata, circa 5-6 volte, e con feci non completamente formate”.

Per contattare il prof. Vecchi, cliccare qui

X